Quando si parla di terapia, ci si riferisce in genere all’attuazione concreta di mezzi e metodi atti a combattere il male che affligge l’essere umano, tentando di individuarne l’agente, singolo o multiplo, per influire su di esso e, se possibile, sopprimerlo. Condizione perché tutto questo sia possibile è lo studio dei nessi causali che presiedono alle manifestazioni del male stesso.
Se, successivamente, consideriamo la parola al di là della sola accezione medica in cui essa viene comunemente adoperata, in senso figurato quindi, ci riferiremo all’insieme dei provvedimenti o a quegli insiemi di provvedimenti adottati per ogni opera di restauro, di risanamento, di ricomposizione di situazioni compromesse in varia maniera.
La presenza del male, la sua opera, si frappone sempre a quell’ideale, il bene, che costituisce il nucleo di quella parte della riflessione che chiamiamo etica. In qualsiasi modo la si intenda la relazione terapeutica riguarda quindi il vero bene del singolo e, di conseguenza, del gruppo sociale del quale esso fa parte. Da qui un interrogativo: quali i mezzi atti a conseguirlo, i doveri verso se stessi e verso gli altri e i criteri atti a giudicare la loro congruenza rispetto ai fini perseguiti? In altri termini: esiste una norma e se sì, come si pensa di solito, quale norma sostiene il comportamento dell’essere umano negli istituti in cui esso si manifesta storicamente? Detto altrimenti vi è un principio di ragione a sostegno dell’etica? Se si prescinde dall’etica si può mantenere questo principio o si entra in un campo antropologicamente alieno?
Quale allora l’insieme degli obblighi ai quali siamo tenuti quando oggetto di questa operazione non sono le cose ma quelle cose particolari che sono gli esseri umani sia come oggetto dell’intervento terapeutico, sia come agenti. In particolare ci si può interrogare sulle ricadute che il contatto continuo e profondo con il male può avere sul soggetto agente specialmente per quello che attiene la difficoltà di mantenere l’assetto interiore dettato da un’etica, come quella sommariamente accennata in precedenza.
Quali allora le ricadute concettuali dal punto di vista della necessaria formazione di chiunque intenda dedicarsi a una attività che, inesorabilmente, pone in un contatto continuo e profondo con la sofferenza, con il dolore, con il male che fatalmente trabocca da chi lo subisce per coinvolgere anche a chi si dedichi ad accoglierne la domanda per tentare di alleviarlo? Partendo da questi interrogativi, la SICP (Società Italiana di Clinica Psicoanalitica) propone una serie di incontri sul tema condotti da uno psicoanalista, un medico, un filosofo, un artista, ma con la partecipazione anche attiva di tutti coloro che sono interessati a questi argomenti.