Non si tratta, in queste brevi linee, di riprendere il tema, invero piuttosto stantio, di un rapporto da sempre controverso, quanto di stabilirne brevemente alcuni termini significativi di una irriducibilità metodologica che rinvia a una diversa concezione del sapere in cui si riflette un uso diverso del pensiero.
In breve, quindi senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento, si potrebbe dire che l’interpretazione psicoanalitica dello psichismo umano, detronizzando la ragione dalla sua posizione dominante a favore di un’ipotesi indimostrabile in partenza quale è l’inconscio freudiano, propone forme di sapere le quali, dal punto di vista della scienza, non possono rappresentare alcuna forma di conoscenza.
In più, in quanto forma di comprensione del singolo, vi è anche una incompatibilità di fondo della psicoanalisi con la scienza come sapere del generale, anche se questo difficilmente può essere considerato libero da qualsiasi vincolo con le costrizioni del particolare.
Questo sembra a volte implicare il fatto che la convergenza dei percorsi riguardanti l’oggetto del sapere e il soggetto conoscente diminuisca tanto più quanto più ci si sposti dal mondo fisico a quello del vivente.
Quasi che la scienza non riesca a varcare la soglia del funzionamento della psiche dell’essere umano.
Da qui il contrasto fra due discipline che vede la psicoanalisi tentare di costituirsi come ultimo rifugio di ogni approccio anonimizzante, in difesa di una soggettività particolare, divisa, che ci si rifiuta di accantonare.
In definitiva forse più un problema politico che epistemologico.