Il ruolo centrale della clinica in psicoanalisi
Una nuova Società di psicoanalisi vuole distinguersi a partire dal nome: Società di clinica psicoanalitica. L’abbiamo voluta, con un riferimento fondamentale alla clinica, non solo perché una clinica psicoanalitica esiste, ma anche perché ci si deve riferire alla pratica della psicoanalisi come guida del pensiero dello psicoanalista. Detto in altri termini: la clinica fornisce alla teoria il materiale per pensarla.
Siamo convinti che la nostra disciplina non sia né una linguistica, anche se usa la parola, e neppure una filosofia anche se usa il pensiero. Essa non appartiene alle neuroscienze, anche se non intendiamo certo negare che una base biologica sottenda il funzionamento della mente umana. Dialoghiamo volentieri con tutte queste discipline, pur mantenendo la nostra specificità.
L’essenza della clinica psicoanalitica
Per comprendere veramente la psicoanalisi bisogna tenere conto di un aspetto fondamentale: la clinica. Il senso della parola “clinica”, in psicoanalisi, non può prescindere dall’esperienza della cura. Senza la cura, senza la clinica dunque, non può esistere neppure una teoria psicoanalitica. Parafrasando Gershom Scholem: “Nulla assolutamente è rimasto teoria. Tutto è diventato storia”, potremmo dire che, senza la clinica – storia del male di vivere individuale e sociale – non vi sarebbe psicoanalisi ma solo una delle tante teorie che cercano di assurgere a visione del mondo.
La psicoanalisi presuppone, in chi la pratica, un particolare assetto interno, mentale, nel quale si esprime una genealogia, una storia che parte da un punto di origine. È dal divano di un altro analista che si acquisisce il metodo per occuparsi del funzionamento mentale, un metodo che non si trova scritto su alcun libro, poiché esso può derivare solo dall’osservazione pratica.
La specificità del pensiero psicoanalitico
La clinica psicoanalitica ci confronta continuamente con il fatto che l’esercizio delle nostre facoltà intellettuali non coincide con il funzionamento mentale del soggetto umano: il soggetto umano si costituisce all’interno di un linguaggio che ne preordina la posizione. Questo avviene attraverso i processi di identificazione inconsci che mobilizzano i fantasmi. Il pensiero psicoanalitico procede secondo una ratio particolare e specifica che può emergere solo dall’esperienza pratica dove si forgiano concetti che dicono dell’inconscio e delle sue ragioni.
Freud e il mito fondatore
Il nostro riferimento a Freud rappresenta il riconoscimento di un momento di creazione di un metodo, che assume valore di mito fondatore, ma che non si pone come dottrina di verità assoluta e immutabile. Struttura e storia dunque. Nessuno di noi cela le proprie origini psicoanalitiche: non ci siamo fatti da soli. Non ci autorizziamo da soli se non nel senso di avere richiesto, e ottenuto, l’assenso di altri colleghi già conosciuti come psicoanalisti, affiné il desiderio di potersi dire a nostra volta psicoanalisti diventi un atto sociale grazie a un riconoscimento collettivo.
La genealogia della Società Italiana di Clinica Psicoanalitica
Il gruppo di psicoanalisti che si è raccolto intorno al progetto che si esprime nel nome di questa società presenta questa genealogia, questa filiazione, senza falsi pudori. Gli psicoanalisti che danno vita alla Società Italiana di Clinica Psicoanalitica vengono da una lunga esperienza personale di osservazione e di frequentazione dell’inconscio freudiano non solo nella forma canonica che Freud inventò e per primo trasmise a chi a essa voleva interessarsi, ma anche in tutte quelle forme che da quella prima sono derivate nel tempo.
Sarebbe difficile negare infatti che oggi l’osservazione dello psicoanalista si svolga in tanti modi diversi, non solo sul divano. Essa si effettua oggi, inrealtà, negli assetti esteriori più vari. Anche se non tutti gli interventi si possono considerare psicoanalisi nel senso classico del termine, resta la condizione imprescindibile del mantenimento di quell’assetto interiore che caratterizza l’analista all’opera.
La varietà dell’osservazione clinica
Il modo in cui questa osservazione avviene è quindi unico poiché presuppone che si consideri il funzionamento mentale di un soggetto parlante secondo la gamma completa delle varietà che la soggettività umana ci propone: dalle istituzioni ai gruppi, dalle coppie alle famiglie, ai bambini e agli adolescenti, dalle perversioni come forma del negativo delle nevrosi ai casi limite, alle psicosi franche. Anche se non è una teoria della personalità, per noi la psicoanalisi è pur sempre un’indagine sui fondamenti della vita del soggetto umano, al suo istituirsi.
L’ordine genealogico e la clinica della legge
Parlando di fondamenti, il riferimento all’Edipo è quasi automatico, dato che la psicoanalisi si costituisce come una clinica del processo di filiazione, un ordine genealogico impossibile da ridurre alla sola dimensione biologica o sociologica. Ne consegue la considerazione necessaria dell’ordine di successione delle generazioni organizzate che la clinica indaga tenendo conto dell’ordine di successione delle generazioni organizzate, secondo principi e norme specifiche. Clinica della Legge si potrebbe dire, della proibizione che la costituisce e della funzione che la garantisce: funzione paterna all’origine della costruzione del soggetto umano in quanto animale che parla.
Questione che costituisce da sempre il punto più delicato e, per certi aspetti, oscuro, del fenomeno normativo: si può domare la soggettività? È tuttaviaquestione imprescindibile, come accade comunemente, se si vuole considerare la società come figura della specie umana per il soggetto, ossia come rappresentazione della Legge e dei suoi effetti, al di là della discontinuità che sempre esiste fra soggetto umano e società (A. Supiot).
L’esperienza della parola e la ricerca della verità
La clinica alla quale facciamo riferimento tiene conto della dimensione istituzionale della cosa umana e della sua autonomia soggettiva a partire dal fatto fondativo della nostra identità analitica: l’analisi personale che, attraverso la parola, opera ricostruzioni significanti, familiari e genealogiche. Di questa clinica ci occupiamo, convinti, come Freud, che solo da essa possiamo trarre un insegnamento sulla nostra mente. Non seguiamo più la nosografia di Freud e la teorizzazione da essa derivata, ma cerchiamo di conservare l’amore per la ricerca della verità ed il modo di perseguirla, dedicandovi la nostra attenzione poiché, se anche la sua clinica delle nevrosi non basta per esaurire il campo del funzionamento mentale, noi ancora oggi non possiamo non essere con lui quando ci interroghiamo sul nostro sapere. E soprattutto sul nostro non sapere.
Il transfert e la fabbrica del soggetto umano
La clinica psicoanalitica si concretizza dunque innanzitutto nella possibilità di concedere a se stessi quell’esperienza straniante del soggetto che in linguaggio tecnico chiamiamo transfert. Questa possibilità richiede, in primo luogo, la capacità, negativa per dirla alla Bion, consistente nel consentirsi di scendere dalle altezze luminose della coscienza che dappertutto spazia, rinunciando alle certezze del proprio solipsismo trascendentale (A. Green).
Non è facile assumere questa posizione. Noi tutti, che modestamente mettiamo oggi la clinica al primo posto, questa discesa l’abbiamo voluta fare, a volte ripetutamente, per provare a occuparci degli effetti di quella strana operazione che si potrebbe chiamare “la fabbrica del soggetto umano”, un’operazione che lega insieme il biologico, il sociale e l’inconscio. Per creare quell’animale malato di dolore che sempre, al di là di ogni scientismo, si chiederà perché mai è nato se deve morire.
“Et infructuosa theorica reputatur, nisi ex practica fructus eius colligatur.”
Traité de procedure du XIIIème siècle
”En voilà encore une !”, pourra-t-on penser.
En effet : une autre Société de psychanalyse.
Cependant voilà aussi un détail qui fait la différence: Société de Clinique Psychanalyique.
Nous, soit ceux qui l’ont voulue, nous pensons non seulement qu’il existe une clinique psychanalytique mais qu’il faut se référer à elle, à la pratique de la psychanalyse, en tant que guide pour penser comme psychanalystes.
Soit dit différemment : la clinique fournit à la théorie le matériel pour qu’elle soit ”pensable”.
Nous sommes convaincus que notre discipline n’est ni une linguistique, même si elle utilise la parole, ni une philosophie, tout en utilisant la pensée.
Ni elle n’est non plus une neuroscience, sans nier le substrat biologique impliqué par le fonctionnement de la psychè.
Avec toutes ces disciplines on peut volontiers dialoguer tout en gardant la spécificité qui est la nôtre, car ce qui leur manque pour pouvoir vraiment comprendre la psychanalyse est une partie fondamentale: la clinique.
Par ailleurs on ne peut pas comprendre le sens du mot ”clinique” en psychanalyse si l’on met de coté l’expérience de la cure : sans elle, la cure donc la clinique, rien ne peut exister, même pas un théorie psychanalytique.
En paraphrasant Gersom Scholem : ”Rien n’est absolument resté théorie. Tout est devenu histoire”. On peut dire que sans la clinique, histoire du mal de vivre individuel et social, il n’y aurait pas de psychanalyse mais uniquement une quelconque théorie philosophique, une de celles que nous tous connaissons tant bien que mal.
Chez ceux qui la pratiquent, la psychanalyse présuppose une organisation intérieure particulière, une organisation mentale, où se manifeste, entre autres, une généalogie, une histoire qui a un point de départ, une origine : le divan d’un autre analyste où s’emparer de ce qui, au fond, n’est rien d’autre qu’une méthode pour s’occuper du fonctionnement mental, méthode qui n’est écrite nulle part car elle ne peut descendre que de l’observation pratique.
La clinique psychanalytique nous confronte continuellement au fait que l’exercice de nos facultés intellectuelles ne coïncide pas avec le fonctionnement mental du sujet humain car celui-ci se constitue à l’intérieur d’un cadre de langage qui en organise au préalable la position à travers des procès d’identification inconscients qui mobilisent les fantasmes.
La pensée psychanalytique est donc une rationalité particulière et spécifique, laquelle ne peut émerger que de l’expérience pratique où sont forgés des concepts qui disent de l’inconscient et de ses raisons.
En ce sens, notre référence freudienne n’est pas une adhésion è une doctrine élevée à vérité absolue et immuable, mais reconnaissance d’un moment créateur d’une méthode laquelle prend la valeur d’un mythe fondateur.
Structure et histoire donc.
Personne ne cache, chez nous, ses origines psychanalytiques : nous ne nous sommes pas faits de nous-mêmes.
Nous ne nous autorisons pas de nous-mêmes, si ce n’est dans le sens d’avoir cherché l’accord d’autres collègues déjà connus en tant que psychanalystes, afin que le désir de nous le pouvoir aussi dire à notre tour devint un acte social à travers une reconnaissance collective.
Cela s’est fait.
L’ensemble des psychanalystes regroupés autour du projet que le nom de cette société exprime, présente cette généalogie, cette filiation sans fausses pudeurs.
Les psychanalystes qui sont à l’origine de la Società Italiana di Clinica Psicoanalitica viennent d’une longue expérience personnelle d’observation et de fréquentation de l’inconscient freudien, non seulement dans la forme canonique que Freud inventa et transmit, premier, à ceux qui voulaient s’en intéresser, mais également à toutes les formes issues, dans le temps, de cette première.
En effet il serait bien difficile de nier, aujourd’hui, que l’observation du psychanalyste se déroule dans différentes manières, pas seulement sur le lit ou divan ainsi que l’on préfère.
Elle s’effectue donc, et en réalité c’est bien ce qui arrive, dans les settings extérieurs les plus variés et encore que les interventions ne puissent pas être considérées toutes comme psychanalyse au sens classique du terme, il n’en reste pas moins qu’une condition demeure nécessaire: l’organisation mentale qui caractérise l’analyste au travail.
La façon dont cette observation s’effectue est donc unique, car elle suppose que l’on considère l’organisation mentale d’un sujet qui est en train de parler selon les variétés que nous propose la subjectivité humaine : des institutions aux groupes, des couples aux familles, aux enfants et aux adolescents, des perversions toujours en tant que négatif des névroses au-delà des fluctuations nominalistes liées aux intérêts socio-politiques, aux cas limites, aux psychoses franches.
Même si elle n’est pas une théorie de la personnalité, la psychanalyse demeure pour nous une enquête sur les bases de la vie pour le sujet humain, partir de son institution.
Si l’on parle de bases, la référence à l’Œdipe s’impose de façon presque automatique en constituant la psychanalyse en tant que clinique du procès de filiation, ordre généalogique qu’il serait impossible de réduire uniquement à la dimension biologique ou sociologique.
De ce fait elle est clinique de l’ordre de succession des générations organisées selon principes et normes.
Clinique de la Loi pourrait-on dire, de la prohibition qui l’origine et de la fonction qui la garantit : fonction paternelle, à l’origine de la construction du sujet humain en tant qu’animal qui parte.
Cet argument constitue depuis toujours le point le plus délicat et obscur du phénomène normatif : peut-on apprivoiser la subjectivité ?
Question incontournable toutefois si l’on considère, comme d’habitude, la société en tant qu’image de l’espèce pour le sujet, soit en tant que représentation de la Loi et de ses effets au-delà de la discontinuité toujours existante entre sujet humain et société (A. Supiot).
La clinique dont nous parlons doit tenir compte de la dimension institutionnelle de la ”chose” humaine et de son autonomie subjective à partir du fait fondateur de nôtre identité analytique : l’analyse personnelle, celle qui, à travers la parole, sur le divan ou ailleurs, bâtit des constructions signifiantes, familières et généalogiques.
De cette clinique nous nous sommes occupés et encore nous nous occupons, convaincus qu’uniquement d’elle nous pouvons, ainsi que Freud le fit, tirer quelques renseignements sur notre fonctionnement mental.
De même que Freud dont nous ne suivons certainement plus, ni nous pourrions penser de le faire, la nosographie ni la théorisation qui en est issue, mais dont nous cherchons de garder l’amour pour la recherche de la vérité et la façon de la poursuivre. Nous lui consacrons encore notre attention car, même si sa théorie des névroses ne suffit plus à couvrir le domaine du fonctionnement mental, nous ne pouvons ne pas demeurer avec lui lorsque nous nous questionnons sur notre savoir.
C’est enfin que la clinique psychanalytique se concrétise avant tout dans la possibilité de se concéder cette expérience de distance et d’étrangeté du sujet par rapport à soi-même que, dans le langage technique, nous appelons “transfert”.
Cette possibilité requiert-elle en premier la capacité, négative dans le langage de Bion, de se permettre de descendre des hauteurs lumineuses de la conscience en renonçant aux certitudes de son solipsisme transcendantal (A.Green).
Cette position n’est guère facile à assumer.
Nous tous, qui avec modestie posons aujourd’hui la clinique à la première place, nous avons voulu tenter cette descente, maintes fois dans bien de cas, pour tâcher de nous occuper des effets de cette opération bizarre que l’on pourrait appeler ”la fabrique du sujet humain”, une opération qui vise à lier le biologique, le social et l’inconscient (P.Legendre).
Afin de créer cet animal malade de douleur qui toujours, au-delà de tout scientisme, s’interroge sur la raison pour laquelle il est né s’il doit mourir.
La tentative de transformer la psychanalyse dans une forme de philosophie, est particulièrement populaire, en ce moment, en Italie.