La musica agisce dove le parole mancano o si ritraggono: essa tocca il corpo prima ancora di rivolgersi alla mente, evocando affetti che nessuna rappresentazione verbale riesce mai a saturare completamente. Non a caso, l’esperienza musicale è spesso descritta nei termini di un perturbante familiare, di una risonanza che ci attraversa senza poterne rendere conto appieno.
Freud, pur non dedicando alla musica uno scritto sistematico, riconobbe in essa una delle vie attraverso cui l’arte elude la censura psichica e parla direttamente alle pulsioni. Nel Disagio della civiltà (1929, OSF vol. X, Bollati Boringhieri, 1978) osservava come il godimento procurato dall’arte fosse un “appagamento sostitutivo” capace di offrire una tregua al conflitto psichico, senza tuttavia risolverlo. Ma è forse in una nota minore, nelle sue riflessioni sulla “coazione a ripetere” (in Al di là del principio di piacere, 1920, OSF vol. IX, Bollati Boringhieri, 1977), che la musica trova un’interprete privilegiata: il motivo che ritorna, il tema che si trasforma, la cadenza che sospende e poi risolve ogni movimento armonico mimano il lavoro stesso dell’inconscio, fatto di rimozioni, ritorni e rimaneggiamenti infiniti.
La musica possiede inoltre una qualità singolare: essa non rappresenta direttamente alcun oggetto del mondo – da qui la sua tradizionale definizione di “arte astratta” – eppure produce emozioni insopprimibili, talora più potenti e immediate di quelle suscitate da una scena visiva o da un racconto. Questa paradossale efficacia senza contenuto evoca da vicino la nozione freudiana di pulsione: spinta anonima, continua, che cerca soddisfazione senza potersi mai definitivamente placare. Ascoltare una fuga di Bach, un lied di Schubert, un notturno di Chopin o una composizione contemporanea significa esporsi a un movimento che ci precede e ci eccede, e nel quale il nostro stesso desiderio viene messo in forma.
Freud parlava a questo proposito, nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905, OSF vol. IV, Bollati Boringhieri, 1970), di una possibile “sublimazione” della pulsione attraverso l’arte: l’energia originariamente legata a fini sessuali potrebbe deviare verso mete più elevate, trovando nella musica un canale di espressione particolarmente nobile ed efficace. Ma la psicoanalisi non si ferma alla retorica consolatoria dell’elevazione spirituale. Essa osa domandare: quale soddisfazione inconscia cerchiamo, ripetutamente, in una melodia? Quale perdita originaria tenta di riparare ogni ritmo che ci trascina? Quale irruzione del reale viene addomesticata – o al contrario, scatenata – da un accordo dissonante?
Nell’esperienza musicale si gioca anche una sottile dialettica tra l’individuo e il gruppo. Pensiamo alla funzione del canto nelle comunità arcaiche, studiata da Freud in Totem e tabù (1912-1913, OSF vol. VII, Bollati Boringhieri, 1975): il ritmo e l’unisono producono uno stato di coscienza collettiva che dissolve temporaneamente le barriere tra l’io e l’altro, permettendo quella “ebbrezza” primitiva su cui si fonda, non senza ambivalenza, ogni legame sociale. Oggi la diffusione planetaria della musica registrata, dalle cuffie che isolano l’ascoltatore nel suo mondo intimo ai concerti che radunano folle in estasi condivisa, ripropone in forme inedite la medesima tensione: l’esperienza musicale oscilla tra il solipsismo del godimento privato e la necessità di un ritmo comune, tra il rifugio nel sé e la promessa di un’armonia possibile con l’altro.
Infine, la musica ci interroga sul limite estremo della rappresentazione. Cosa ascoltiamo quando ascoltiamo? Non solo suoni organizzati, ma l’eco di un silenzio che li precede e li seguirà, traccia di una vacuità che la psicoanalisi chiama mancanza a essere. Alcuni compositori del Novecento – da Schönberg a Cage – hanno voluto mettere in scena questo limite, spingendo l’orecchio fino al confine del percepibile. La psicoanalisi non può che riconoscersi in questa scommessa: ascoltare quanto nell’umano eccede la forma, accogliere l’inarmonico senza ridurlo immediatamente a sintesi, e imparare a sostenere la tensione tra ciò che suona e ciò che, per sempre, tace.