La psicoanalisi nasce come pratica clinica che raccoglie una quantità di frammenti e di eventi che esulano dalla gabbia delle logiche oggettive. Si dirige all’ascolto dei percorsi soggettivi che hanno diritto di esistere, indipendentemente dal pregiudizio.
La scrittura in psicoanalisi sembra giocarsi fra due piatti della bilancia. Un esempio si trova in Jean-Bertand Pontalis quando si interroga su “Chi potrebbe essere l’eroe eponimo della psicanalisi? Colui che, quale principe della Métis e maestro del doppio senso, seppe sfuggire al monocolo [ndt.Polifemo] facendosi chiamare “Nessuno”, oppure colui che ebbe il fegato dilaniato per aver portato il fuoco agli uomini? Ulisse o Prometeo? Senza dubbio entrambi. … [Ma] tutte queste qualità [di Ulisse]perdono la loro efficacia quando si impone il confronto con ça, con l’inconscio, che, prendendo corpo, e prendendo il corpo, guadagna in intensità e in mistero e ciò che perde in capacità di invenzione e di produzione di enigmi, non essendo più intelligente, cessa di essere intellegibile. E’ dunque necessario mettere, al di sotto delle parole, il nostro essere alla prova dell’ignoto, a rischio di esserne, almeno per un certo tempo, “demoliti”, come diceva Ferenczi che sapeva bene di cosa parlava. Ça dev’essere ça, è il prezzo da pagare alla “stupidità” dell’inconscio”.¹
La “bêtise” di cui ci parla Pontalis – e il termine deriva da “bête”, bestia – non ci esonera dalla coscienza del negativo, dall’animale umano che è in noi nel suo duplice aspetto. Non a caso la miriade di testi che vengono pubblicati in riferimento ai concetti portanti della psicoanalisi cercano di dare una fotografia del mondo psichico attuale. Si tratti di romanzi, di saggi, di ricerche o di testimonianze, non si può ignorare che Eros e Thànatos coesistono come aspetti persistenti della pulsione umana. Oggi la comunicazione sembra aver bypassato la stampa proponendo altre forme di lettura consolatorie, suggestive, immediate e volatili. Ma forse qualche tentativo di approfondimento o qualche via di accesso alla lettura possono offrire delle occasioni di apertura alla coscienza dell’esistenza dell’inconscio.
L’invenzione della stampa nel XV secolo in Europa costituì un passaggio culminante per la trasmissione della cultura. L’evoluzione della stampa come forma di comunicazione pubblica rivolta a un pubblico sempre più vasto costella l’evoluzione della società, in relazione ai salti tecnologici e produttivi degli ultimi secoli. Dalla nascita dei giornali quotidiani, alla pubblicazione dei romanzi ottocenteschi a puntate, alle riviste intellettuali e politiche, ai saggi filosofici e scientifici fino alla concezione del testo come strumento e oggetto di formazione: dobbiamo tutto questo alla stampa!
Ciò che viene stampato permette di verificare l’attendibilità di una teoria e la possibilità di ricostruirne i passaggi, così come le critiche che possono essere avanzate in merito o i postulati necessari a sostenerla. Il linguaggio tradotto in scrittura produce il testo che obbedisce a tutte le norme grammaticali e sintattiche necessarie.
Il testo scientifico utilizza, a sua volta, codici di scrittura formale che vanno oltre il lessico ordinario. E ciò vale per quanto è sistematico e scientifico e, ad esempio, anche per la scrittura di uno spartito musicale. Questo genere di testi consente al lettore di riprodurre una serie di operazioni documentate. Analogamente, un testo filosofico consente di seguire ogni passaggio, se si rispettano i codici teoretici e le precisazioni lessicali.
Accanto a ciò, la grande massa di testi stampati prescinde da una testimonianza oggettiva dei dati reali e tratta di una serie di contenuti che si possono ritenere soggettivi: la poesia, il racconto, la favola, il romanzo, il pamphlet, il saggio critico, la sceneggiatura, la biografia, la didascalia e quant’altro. Evidentemente c’è una differenza fra ciò che si propone come verità teorica e ciò che si propone come fenomeno espressivo.
¹ Jean-Bertrand Pontalis: “Ce temps qui ne passe pas”, éditions Gallimard, 1997, nostra traduzione.