Recensione “Finzioni di scuola” a cura del dott. Landoni

GIORGIO LANDONI

presenta

 “FINZIONI DI SCUOLA”

Trattatello Antipedagogico

di FAUSTO PELLECCHIA

Certamente questo libro di Fausto Pellecchia, amico di cui avvertiamo ancora il vuoto che la sua perdita ha lasciato in noi tutti, non è il libello che egli, forse con una punta di civetteria, si compiacque di nominare.

Si tratta piuttosto di uno scritto non compiacente verso tempi che della compiacenza fanno a volte la propria cifra, a scapito della verità, un  dolente libro erudito, pervaso di un’ironia che tocca a volte il sarcasmo laddove svela posizioni ipocrite, spesso celate in linguaggi talora pettegoli nello sforzo di alterare con mostruosa eleganza gli oggetti presentati: innanzitutto il sapere e l’istituzione che lo dovrebbe custodire e amministrare, la scuola.

Un libro politico che un grande signore del sapere ci porge  con il suo linguaggio in genere asciutto, elegante e raffinato anche nell’invettiva che a tratti lo percorre nell’indicarci, dolente, la sofferenza per il trionfo avvilente dell’ignoranza.

Libro appassionato e appassionante al quale le poche pagine di una recensione non possono rendere giustizia anche in relazione, nel caso particolare, all’importanza del tema che esso affronta.

Ho quindi volutamente scelto di limitarmi a trattare due filoni che mi sembrano al centro dell’argomentazione poiché percorrono l’intero scritto.

Già dal titolo scelto da Fausto Pellecchia la suggestione ci prende poiché esso  può intendersi in molti modi: come fingere che vi sia una scuola ma anche come scuola finta, come proporre la finzione quale realtà ma anche come fingere di credere a quanto si finge di proporre e altro ancora su cui non voglio insistere.

La finzione occupa dunque un posto preminente ponendosi talora al posto della realtà, presentata al servizio di canoni ai quali è piegata anche l’evoluzione tecnologica più attuale, quella della realtà virtuale, costruendo drammatici equivoci, in primo luogo l’idea che sia importante il risultato, la performance ad ogni costo, quale che sia la strada per ottenerlo.

Il bersaglio, certo polemico, è duplice: da un lato esso è costituito dal “discorso pedagogico nella curvatura dogmatica e manichea che lo caratterizza ai nostri giorni”. Dall’altro si denuncia  la mortificazione del sapere attraverso lo svilimento della scuola, istituzionalmente deputata a trasmetterlo.

Nella visione dell’Autore essa è colpita direttamente in quanto istituzione ma anche per via indiretta, attraverso la dequalificazione dei suoi presupposti concettuali, surrettiziamente sostituiti dalla somministrazione di saperi preconfezionati tramite strutture educative, le quali, se pur portano ancora il nome di scuola, in realtà traducono principalmente il proposito di mettere l’istruzione al servizio del controllo sociale. La confusione voluta tra istruzione ed educazione diventa in questo modo il terreno principale dello scontro che vede la scuola come vittima insieme a coloro che le danno senso con la propria presenza, gli allievi, femmine e maschi, in primis.

La pedagogia odierna è indicata come la teoria di coloro che, sapendo solo insegnare, se ne arrogano il monopolio giocando sull’equivoco legato alla duplicità del termine: da un lato termine dotto a indicare una prassi che distribuisce sapere, dall’altro termine ambiguo in quanto allusivo di un’ipotetica scienza, la pedagogia stessa, che non si cura affatto di giustificare la propria esistenza, ma la impone attraverso le tecniche formali delle quali afferma di possedere il segreto e alle quali affida la trasmissione del sapere stesso.

Queste tecniche sono in genere presentate in forma quasi pubblicitaria, in primis esaltando la loro capacità di avvalersi dei mezzi tecnologici più attuali, per sostenerne la presunta capacità di interpretare le esigenze della modernità ma trascurando il fatto che questi stessi mezzi sono spesso trattati come fini in se stessi, a prescindere dai contenuti che, attraverso di essi, si vorrebbero trasmettere.

Da qui anche l’enfasi su concetti fluidi quali appunto il “progresso”, inteso come crescita del consumo di sapere al servizio di un programma occulto consistente in fondo nel persuadere l’individuo che il suo successo nel mondo sia legato alla quantità di sapere che la scuola gli trasmette.

Teoria contro il sapere anzi contro i saperi, dunque, non tanto per negarli quanto per subordinarli agli umori veicolati dalle mode e dai media di cui si fanno portatori burocrati di vario livello ed estrazione, associazioni di ogni genere, ispirate a una logica educativa a scapito dell’istruzione, la prima ragion d’essere stessa dell’istituzione scolastica come Pellecchia incessantemente ripete.

Questa argomentazione, istruzione versus educazione, è il fulcro del suo ragionamento, sviluppato negli undici capitoli che lo compongono insieme a un’introduzione che ne presenta in una sintesi magistrale i presupposti e le intenzioni e a un’appendice dedicata al cosiddetto “capitale umano”, pomposa definizione che, con una mistificazione dialettica, presenta il meccanismo sociale della concorrenza come quello in grado di assicurare la “miracolosa convergenza tra prosperità collettiva e benessere personale”.

Per riassumere in breve.

Il primo capitolo è dedicato a elencare e descrivere accuratamente quattro presupposti formali dell’istituzione scolastica, centrati intorno a un principio fondamentale: nessuna ignoranza è utile.

Il che non significa tuttavia automaticamente che tutti i saperi lo siano.

Il secondo e il terzo capitolo sono una storia dei moti, degli attacchi, delle riforme, delle sperimentazioni di cui la scuola è stata oggetto in questi ultimi decenni da parte di miriadi di benintenzionati, nel migliore dei casi lunatici sinceri e quindi pericolosi per dirla con J.Conrad, intenti a scardinarne con scrupolo le fondamenta concettuali per affermarne invece la perfetta rispondenza alle proprie impostazioni ideologiche, variabili nel tempo ma sempre unificate intorno al principio più pericoloso per la libertà in ogni democrazia: l’opinione dominante.

Tali accadimenti sono stati resi possibili unicamente dalla presenza attiva ed efficace di quelle che, nel capitolo successivo, il quarto, vengono definite “le forze armate del pedagogismo militante”: funzionari e direttori di ogni livello, consulenti esperti, sindacalisti, membri di corporazioni e di associazioni di base, insegnanti e famiglie. Tutti costoro sembrerebbero uniti in un disegno che discende in fondo da una visione tipica di un certo mondo tradizionale e quindi, nel nostro paese, portatore di una certa sfaccettatura del pensiero cattolico, quella che della partecipazione inclusiva fa il nucleo della propria proposta.

Una glossa finale è poi dedicata ai depositari delle metodologie di valutazione dei risultati per l’ottenimento, in fondo delle risorse finanziarie disponibili, Invalsi e Anvur.

Il capitolo successivo, il quinto, si occupa di quella “araba fenice”, così Pellecchia definisce la riforma scolastica, per l’attuazione della quale le predette “forze armate” pongono al centro della propria attività, concordemente anche al fine di dissimulare i contrasti esistenti, l’uso retorico di due istanze condivise in quanto totalmente condivisibili in linea di principio: democratizzazione e uguaglianza che, secondo copione, ognuno degli attori sulla scena interpreta tuttavia a esclusivo vantaggio delle proprie inclinazioni e quindi dei propri fini.

Parte importante di questo capitolo è costituita dalla glossa finale. Pellecchia la dedica a quella che egli chiama “l’utilità dell’inutile” nell’intento di rivendicare il valore intrinseco della cultura e della ricerca disinteressata come elemento fondamentale della dignità umana. Al contempo, egli rimarca, per contrasto, la tendenza nei fatti sempre più esplicita a disfarsi di discipline relative a saperi che l’epoca dichiara obsoleti in modo più o meno esplicito.

Vi è invece, egli scrive, una “utilità superiore dell’immediatamente inutile”, affermazione che ci immerge nella contestazione di quella che egli chiama la “monetizzazione del sapere”. Con tutta evidenza, usando questa espressione l’Autore si riferisce a quei saperi, le discipline letterarie e linguistiche, le scienze umane e le scienze naturali di base, che soffrono di una palese ostilità malgrado siano ancora parte dei programmi ministeriali nel nostro Paese.

Il sesto capitolo prosegue l’esame critico appoggiato alla concretezza di alcune realizzazioni pratiche del pedagogismo, attraverso un percorso storico di realizzazioni che ne costellano la storia. Si tratta di un excursus che riprende alcuni esempi significativi, dal suo sorgere in epoca post-illuministica sino ai giorni attuali della  storia italiana, ad esempio presentando e discutendo il tentativo originale di don Milani a Barbiana. Una parte importante è costituita allora dall’evidenziazione dei fraintendimenti ai quali questi esperimenti hanno talora dato luogo, quando siano stati  asserviti a una idealizzazione del processo scolastico svolta all’insegna di formule astratte di impronta per lo più pseudoprogressista. In realtà, sostiene Pellecchia, si era mossi in genere da una sorta di furore di mutamento, una “volontà di nulla” al posto di una qualsiasi “non volontà”.

Significativo da tale punto di vista è il modo in cui termina la glossa che chiude il capitolo: l’inclusione e le sue realizzazioni. Come dire: l’ideale e la realtà.

Il settimo capitolo, specificamente dedicato a una critica politica ad ampio raggio all’insegna del rapporto fra pedagogia e comunicazione, contiene in nota, una perla, per me che scrivo, imperdibile, un riferimento a Jorge Luis Borges, uno dei rari autori (forse insieme al nostro Guido Ceronetti, ricordate: ”..senza il cristianesimo sei un mollusco”?), la cui lettura ci fa sentire meno stupidi poiché capace di chiarirci lo sguardo, spesso annebbiato dagli sciacalli dell’informazione e dai mestatori del rancore, pronti ad azzuffarsi sugli innumeri palcoscenici della postmodernità, alla ricerca di un minimo spazio che attenui l’angoscia di esistenze sovente senza senso anche se all’insegna del successo.

I due capitoli successivi sono dedicati alla presentazione  delle idee di Ivan Illich riguardo all’istruzione, in particolare la sua nota e, ai tempi, rivoluzionaria contrapposizione tra educazione e istruzione, all’insegna di una convivialità tesa a decostruire la categoria stessa di scuola (Descolarizzare la società) come premessa indispensabile al recupero della natura più genuina dell’essere umano, ossia in fondo, come via per ottenerne la libertà.

Peraltro, l’evidenza delle illusioni e incertezze veicolate da questa proposta e dall’impostazione che ne è discesa, è ripresa con fermezza dall’Autore per illustrare come in questo modo l’istruzione subisca una svalutazione a vantaggio di una educazione che tutto e tutti vorrebbe includere, nessuno lasciando escluso in una visione edificante di impostazione religiosa cristiana che avvantaggia la comunità sull’istituzione scuola, la dedizione personale e il calore umano, affettivo e comunicativo, a svantaggio della trasmissione dei saperi ma da cui discende, per conseguenza, una forma di disprezzo per l’istituzione scuola vista come depositaria di un sistema di regole e, in quanto tale, intrinsecamente negativa.

Il risultato paradossale di questo affannarsi riformistico in nome dell’affermazione della comunità a scapito dell’istituzione, sottolinea Pellecchia, consiste nella fuga dalla scuola pubblica a vantaggio della scuola privata, in primo luogo confessionale e quindi, in Italia, cattolica non tanto e non solo per sfuggire ai guasti della furia riformista burocratico-sindacal-politica, quanto per sottrarsi agli effetti nefasti di innovazioni propagandistiche causate da un riformismo vuoto.

Il titolo del decimo capitolo “Il maestro ignorante” presenta la storia di questo ossimoro attraverso l’esperimento tentato nel tempo da Jacotot e ripreso da Rancière: il maestro che non trasmette alcun sapere concreto ma che si pone come causa efficiente del sapere di un altro sulla base del principio dell’uguaglianza delle intelligenze.

Echeggiano per me nel fondo le parole di un recente filmetto in cui un professore di liceo dice ai suoi allievi una verità assolutamente comune nella sua semplicità: non vi è alcuna ragione per cui tutti non possano imparare.

Certamente in apparenza non vi è alcuna ragione evidente, ma ci si chiede allora come mai, come notava amaramente un secolo addietro S. Freud, se confrontiamo la luminosa intelligenza di un piccolo bambino sano con la mediocrità dell’adulto medio, vi è di che deprimersi profondamente. Leggendo questo libro non si può evitare di chiedersi se, al fondo di tutto, non vi sia l’intento dell’adulto medio, benintenzionato e quindi pericoloso, di occuparsi benignamente del piccolo umano ignorante, non sempre allo scopo di fornire alla sua intelligenza il nutrimento che ne favorisca l’uso, quanto per affermarsi come depositari del modo giusto di intendere la realtà.

Punto ripreso dall’Autore quando si occupa della spiegazione quale mezzo per raggiungere l’obiettivo ideale della ragione pedagogica: ridurre la distanza dell’allievo ignorante dal sapere, in una regressione infinita alla cui base vi è un assunto fondamentale ossia chiarire, spiegare all’ignorante che egli non capirebbe se non fosse messo di fronte alla sua inferiorità.

In realtà si tratta solo della messa in pratica degli assiomi fondamentali della ragione pedagogica: per ridurre l’ineguaglianza bisogna partire da essa e il mezzo per ottenere questo risultato consiste nell’adattarsi alla detta ineguaglianza rendendola oggetto di un sapere specifico.

Pellecchia osserva polemicamente che all’origine di questa impostazione vi è  una confusione dei piani poiché si tratta la diversità dei saperi, che dà senso all’insegnamento, come diversa dignità di intelligenze. Come dire: chi più sa è più intelligente, da cui la conseguenza corrente per cui studi superiori renderebbero superiori le persone.

Il tema dell’ineguaglianza si intreccia infine con l’osservazione ormai comune  circa il fallimento dell’obiettivo dichiarato in partenza, riguardante la riduzione delle diseguaglianze sociali, che favorisce posizioni accusatorie declinate in vari modi a seconda delle inclinazioni, delle preferenze e delle idiosincrasie di chi si occupa di queste cose.

Significativamente l’ultimo capitolo è una non conclusione centrata su due temi: la formazione di chi dovrebbe insegnare e l’impossibilità di apprendere per decreto, una ulteriore declinazione del tema che percorre tutto lo scritto quello della differenza fra istruzione ed educazione. Il processo di apprendimento è illustrato da un apologo conclusivo sulla trasgressione che vede complici i detentori del sapere e coloro che, in apparenza esclusi da esso, vogliono accedervi e riescono a farlo usando di quella “luminosa intelligenza” che tutti, in origine, possediamo.

 

Libro politico dicevo e questa considerazione si conferma nel corso della lettura di questo testo di Fausto Pellecchia. La scuola è l’occasione, il punto di partenza e l’orizzonte di un discorso che denuncia con animo dolente e indignazione alta, le molte maniere attraverso le quali la sua dequalificazione di istituzione deputata alla trasmissione del sapere, dei saperi, è il frutto dell’ipocrita manomissione operatane da tante maestose ignoranze nel corso degli ultimi decenni.

Forse, vien da pensare, la scuola potrebbe tornare alla sua antica missione: trasmettere sapere e lasciare che accada quello che può.